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    1 gennaio 2019



    Codice Fiscale FONDAZIONE DELLA RSI - ISTITUTO STORICO

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    27 giugno 2021

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    Enrico Persiani

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  • Riunione Culturale

    12 settembre 2021

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    Maurizio Ravaglia

    Resistenza Bugiarda

    Dario Castagnoli

    I GAP a Bologna

Come nasce una Repubblica

Da FondazioneRSI.

Come crolla una monarchia

Ricostruire gli avvenimenti riguardanti il secondo conflitto mondiale risulta talora complicato a causa della difficile reperibilità di documenti ufficiali. Le forze alleate, nell'avanzata verso la vittoria, hanno in molteplici circostanze saccheggiato gli archivi civili e militari delle nazioni sulle quali potevano esercitare un pieno controllo, in special modo in Italia. Questa enorme mole di documenti veniva spesso secretata, quando non direttamente distrutta, andando a formare una base di conoscenza sommersa negli archivi degli stati vincitori. Inoltre, cessate le ostilità di carattere bellico, il clima culturale antifascista formatosi in Italia a seguito del conflitto mondiale ha favorito l'affioramento di ipotesi fantasiose e congetture ardite certamente non degne di classificazione storiografica.

Gli accadimenti del 25 luglio 1943 restano in larga misura eventi di difficile comprensione proprio perché su di essi sono state elaborate sofisticate teorie prive di qualsiasi fondamento storico. Diverse ricerche sono state invece portate nella direzione del rigore scientifico dell'analisi di documenti ufficiali d'epoca. È pertanto nostro interesse favorire queste ultime ricostruzioni, a scapito di quelle che spesso si sono dimostrate essere il frutto dell'immaginazione di coloro che parteciparono solo marginalmente a quegli avvenimenti.

A partire dalla fine del 1942, El Alamein e la campagna di Tunisia impegnarono le forze dell'Asse in una strenua difesa dei territori nord-africani, anche a tutela delle vicine coste italiane. Le battaglie, molteplici e sanguinose, portarono ad un progressivo arretramento delle linee difensive nonostante lo sforzo bellico messo in campo dai tedeschi e dagli italiani. Il 7 di maggio 1943 l'esercito britannico riuscì ad occupare Tunisi e sei giorni più tardi la resistenza dell'Asse terminò con la resa di 230.000 prigionieri di guerra.

Visto il pessimo andamento della guerra in Africa settentrionale, in Italia viene a crearsi un forte clima di sfiducia, clima nel quale si rendeva necessario un cambiamento ai vertici dello stato finalizzato a scongiurare la deriva di quelle forze disfattiste e trasversali che minavano la stabilità politica della nazione. L'inizio del 1943 viene quindi segnato da una consistente rotazione, nelle più alte cariche dello stato e negli organi del PNF, a diretta opera di Mussolini.

Questa manovra porterà un consistente gruppo di esclusi, appartenenti alla nomenclatura fascista, ad ipotizzare di escogitare una soluzione politica al difficile andamento della guerra, in alternativa a quella del Duce e finalizzata alla sua estromissione. Costoro, con le loro macchinazioni, costituiranno le premesse per la seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 24 luglio e otterranno l'approvazione dell'Ordine del Giorno Grandi, ma come analizzeremo oltre, non riusciranno, loro malgrado, ad essere i veri artefici della sollevazione del Primo Ministro.

Ciò che risulta evidente è che esautorare Mussolini significava eliminare l'unico strumento di trattativa con Hitler e quindi l'unica possibile strategia di uscita dal conflitto che non provocasse un capovolgimento delle alleanze. Pertanto si deve immaginare che la volontà di perseguire la soluzione del tradimento fu presa in considerazione con largo anticipo non soltanto rispetto al risultato dell'8 settembre, ma anche rispetto all'incarcerazione di Mussolini del 25 luglio. Soluzione che ovviamente il Duce non avrebbe mai accettato, ma di cui era certamente a conoscenza se ad uno dei suoi carcerieri, tale maresciallo Marini, confidò: «L'Inghilterra ha già proposto una pace separata, ma io non ho ritenuto conveniente accettarla per il decoro e l'onore della nazione, senza contare la triste situazione in cui avrei messo il popolo italiano, se si pensa che la Germania, dopo il Patto d'Accaio, avrebbe rivolto le armi contro di noi».

È interessante soffermarsi invece sulla soluzione che aveva in mente Mussolini. Sin dall'inizio dell'invasione alleata della Tunisia, egli aveva intuito che gli sforzi bellici sul fronte orientale avrebbero compromesso definitivamente ogni possibilità di controllo del Mediterraneo da parte dell'Asse. Inoltre, già nell'inverno a cavallo tra il '41 e il '42 una forte controffensiva sovietica aveva messo per la prima volta l'esercito tedesco nella condizione di dover retrocedere dalle posizioni conquistate. Mussolini auspicava di poter giungere ad una pace separata con l'URSS anche in virtù delle profonde divergenze politico-economiche con gli alleati britannici.

Già in un telegramma del novembre 1942 indirizzato all'Oberkommando der Wehrmacht, il generale von Rintelen comunicava che Mussolini aveva la volontà di argomentare ad Hitler l'importanza di un piano di pace separata con l'Unione Sovietica. Successivamente, il Duce insisteva sulla possibilità di un'accordo con Mosca nelle lettere ad Hitler del marzo '43 e al vertice di Klessheim, Salisburgo, nell'aprile dello stesso anno, tuttavia senza ottenere alcuna apertura.

Hitler dimostrava una scarsa propensione ad accettare il piano proposto da Mussolini. In effetti si può affermare con certezza che non lo abbia mai preso in considerazione visti i crescenti sforzi militari prodotti dalla macchina bellica del Reich sul fronte orientale. Mussolini capì ben presto che era necessario adottare una strategia che costringesse Hitler a rivedere i propri piani: prende quindi forma l'idea di formare una alleanza paneuropeista formato da i più influenti esponenti appartenenti alle forze del Tripartito che potessero obbligare Hitler a riconsiderare la propria posizione nei confronti della pace separata con l'URSS.

Il Primo Ministro del Giappone Hideki Tojo, il Maresciallo del Reich Hermann Göring, il Re Vittorio Emanuele III sono solo alcuni tra i più importanti sostenitore del progetto di Mussolini, senza considerare peraltro gli stati cobelligeranti come la Romania la Bulgaria e gli stati minori del Tripartito. Nella sostanza, Mussolini sperava di riuscire a convocare una Conferenza Generale dei Paesi allineati al Patto Tripartito nella quale concordare una strategia assieme ad Hitler e, al tempo stesso, perseguire il più ideologico obiettivo di approvare una Carta dei Diritti dei Popoli Europei in contrapposizione alla Carta Atlantica sbandierata dalla propaganda angloamericana.

L'invasione della Sicilia di inizio luglio 1943 rese ancora più pressante la volontà di chiudere la partita coi sovietici, poichè l'impegno bellico contro Mosca indeboliva le possibilità di controffensiva verso gli invasori, senza considerare che la disfatta in Tunisia aveva sottratto un'importante contingente militare dalla disponibilità delle forze dell'Asse nel Mediterraneo. La conferenza di Feltre, del 19 luglio, sembra essere l'occasione per ribadire ad Hitler la necessità di porre termine al conflitto con l'Unione Sovietica. Purtroppo lo scacco che in quei giorni la Wehrmacht viene a subire a Kursk fornirà una valida controargomentazione alla ipotesi della cessazione delle ostilità con Mosca: i Sovietici, sosteneva Hitler, non avrebbero mai concesso una pace di compromesso col Reich una volta passati in controffensiva.

Quindi, nell'estate del 1943, a distanza di tre anni dall'entrata in guerra dell'Italia, appariva ormai evidente il prospettarsi di una schiacciante sconfitta militare. Sul territorio metropolitano erano già schierati diversi eserciti degli opposti fronti: da una parte gli angloamericani tentavano la risalita della penisola dopo lo sbarco in Sicilia, dall'altra l'esercito italiano e quello tedesco, appositamente richiamato a rinforzo, fronteggiavano l'invasore ritardandone l'avanzata.

Lo sforzo bellico aveva notevolmente impoverito lo stato italiano e la disfatta militare aveva contribuito al diffondersi di un malessere generale e ad un calo del consenso da parte della popolazione. Nasce quindi l'esigenza di trovare una via d'uscita allo stato di crisi in cui versa la nazione. Tra le diverse ipotesi prende forza quella di Dino Grandi finalizzata ad esautorare Mussolini e riportare il comando delle Forze Armate sotto il controllo del monarca. Tra i promotori di tale soluzione, guardacaso, spiccano proprio i nomi di alcuni degli autorevoli esclusi dalla rotazione adottata da Mussolini a inizio anno: Galeazzo Ciano in qualità di ex Ministro degli Esteri e Giuseppe Bottai in qualità di ex Ministro dell'Educazione Nazionale.

Nelle prime ore del 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo, organo costituzionale e direttorio del Partito Nazionale Fascista, attraverso l'approvazione dell'ordine del giorno Grandi, invitava Mussolini «a pregare la Maestà del Re […] affinché Egli voglia, per l'onore e la salvezza della Patria, assumere – con l'effettivo comando delle Forze Armate […] - quella suprema iniziativa di decisione che le nostre istituzioni a Lui attribuiscono e che sono sempre state […] il retaggio glorioso della nostra Augusta Dinastia di Savoia». Con grande stupore dei presenti, Musslini chiede di mettere ai voti l'OdG Grandi. Il segretario del PNF Scorza decide di far procedere per appello nominale, e raccoglie i voti dei presenti: diciannove voti favorevoli, otto contrari e un astensione il risultato della votazione. Mussolini decide allora di non far votare altre mozioni e, con ostentato disinteresse, decide di abbandonare consesso dei congiurati.

Nella sessa mattina del 25 luglio Mussolini non dà alcun segno di voler cedere la guida della nazione. Diverse testimonianze, in primo luogo quella dello stesso Scorza, lo descrivono risoluto nel perseguire quel progetto di pacificazione sul fronte orientale che da tempo cercava di ottenere da Hitler. Proprio in virtù di tale obiettivo, decide di ricevere l'ambasciatore del Giappone Hidaka in quelle ore concitate, affidandogli il compito di inoltrare al presidente Tojo la prorpria ferma volontà di far volgere a termine il conflitto con i Sovietici, ristabilendo così gli equilibri di forza contro le forze alleate nel Mediterraneo. Nulla fa presagire quello che accadrà nel pomeriggio quando verrà ricevuto dal monarca.

Alle cinque del pomeriggio dello stesso giorno Mussolini viene invitato a raggiungere Villa Ada per essere ricevuto da Vittorio Emanuele III. Non ci è possibile ricostruire con precisione il colloquio tra il Re e Mussolini, poiché entrambi, anche a distanza di tempo, hanno accuratamente evitato di rivelarne i contenuti. Ci limitiamo soltanto ad osservare che tali colloqui hanno portato Mussolini ad un brusco cambiamento di strategia: rinunciando incredibilmente al ruolo di guida nel traghettamento del paese ad una soluzione militare o politica del conflitto in corso, assecondando quasi sicuramente le volontà del Re. Ma come è possibile un cambiamento così improvviso in Mussolini? Certamente Vittorio Emanuele deve avergli manifestato la propria sfiducia nella possibilità di trovare un accordo con Hitler, anche in virtù del fatto che da parte dei vertici militari del Reich arrivavano sicuramente segnali di malcontento nei confronti di tale iniziativa. Mussolini si trova quindi in una posizione di parziale isolamento e molto probabilmente decide che la soluzione migliore sia quella di mettersi da parte. Asseconda quindi i piani del monarca, accentando di essere trasferito in caserma sotto la custodia del capitano dei Carabinieri Paolo Vigneri, senza opporre alcuna resistenza.

Al termine dei colloqui Mussolini viene condotto alla caserma della Legione Allievi Carabinieri, dove resterà isolato per tre notti. Per scoraggiare una possibile reazione della Milizia a seguito della deposizione del Primo Ministro, viene fatto pervenire a Mussolini un documento in cui Badoglio, successore designato, gli chiede di prendere atto del passaggio di poteri imposto dal sovrano. Mussolini risponderà al neo Primo Ministro confermando in buona sostanza le decisioni di Vittorio Emanuele, scongiurando a tutti gli effetti ogni possibile reazione di tutte quelle forze militari fedeli al Duce.

mmediatamente a seguito della deposizione illegittima di Mussolini da parte del monarca, il generale Pietro Badoglio viene nominato Capo del Governo. Nel proclama radiofonico in cui Badoglio divulga la propria successione al Duce, chiarisce la posizione ufficiale sullo sforzo bellico della nazione con il celebre impegno: «la guerra continua». Il 26 luglio viene pubblicato sul Corriere della Sera il proclama di Vittorio Emanuele III, controfirmato dallo stesso Badoglio: «Italiani, Assumo da oggi il comando di tutte le Forze Armate. Nell'ora solenne che incombe sui destini della Patria ognuno riprenda il suo posto di dovere, di fede e di combattimento: nessuna deviazione deve essere tollerata, nessuna recriminazione può essere consentita. [...]».

Attraverso diversi spostamenti via mare e via terra, il Duce viene trasferito a Ventotene il 28 luglio e successivamente a Ponza. Il 7 di agosto viene deportato sull'isola della Maddalena e vi resterà fino al 28 di agosto, giorno in cui verrà trasferito ai piedi del Gran Sasso. Solo il 3 settembre verrà definitivamente spostato a Campo Imperatore dotato di una scorta comprendente duecentocinquanta uomini, tra Carabinieri e guardie di Pubblica Sicurezza.

Ironicamente, l'apparato diplomatico guidato da Vittorio Emanuele III e Badoglio si mobilitò immediatamente per una soluzione compromissoria con il nemico angloamericano. Le trattative segrete che ebbero luogo grazie all'esclusione degli alleati dell'Asse e alla connivenza degli apparati militari trovarono sbocco nella resa di Cassibile, controfirmata il 3 settembre 1943. La resa stabiliva la proclamazione dell'armistizio a partire dal 8 settembre, consentendo una più agevole fuga verso Brindisi da parte del monarca e del suo nuovo apparato governativo.

Non è da escludere, anche se non esistono prove che ne documentano l'effettiva esistenza, un possibile scenario di accordi intrapresi tra il neogoverno badogliano e il comandante delle forze tedesche Kesselring, finalizzato ad ottenere garanzie per la fuga del sovrano in cambio dello spostamento di Mussolini sul continente. Hitler doveva essere venuto a conoscenza dei piani di fuga di Vittorio Emanuele poichè soltanto lui avrebbe potuto prendere l'iniziativa in un così delicato negoziato: chi tradisce di solito lo fa in sordina. Sarebbe stato oltremodo difficile per la corte di Vittorio Emanuele attraversare i territori controllati dalle truppe tedesche senza un lasciapassare dell'OKW. Inoltre, non sarebbe stato facile per i tedeschi liberare Mussolini intrappolato alla Maddalena. Pertanto l'eventualità di tale un'accordo risulta molto probabile.

Alla marina venne dato l'ordine di rientrare nei porti, mentre l'aeronautica e l'esercito non ottennero chiare direttive di comportamento. Il territorio italiano subì un innaturale ribaltamento di fronti a causa della resa non concordata con gli alleati tedeschi: da una parte al sud gli angloamericani cessavano di essere una forza ostile (almeno nei confronti della corrotta monarchia), mentre al nord i tedeschi diventavano, contro ogni loro volontà, un esercito di occupazione. Un ribaltamento che penalizzava gravemente l'Italia non invasa, abbandonata a se stessa e destinata ad essere vittima di un gravissimo vuoto di potere.

I tedeschi non rimasero certamente a guardare da spettatori impotenti il ribaltamento architettato dall'«Augusta Dinastia di Savoia». In seguito all'arresto del Duce e sulla spinta delle spregiudicate e malcelate operazioni di resa di Badoglio, Hitler ordinò l'organizzazione della fuga di Mussolini da parte di un reparto scelto di paracadutisti. L'operazione di liberazione, organizzata minuziosamente e condotta da Kurt Student, Harald Otto Mors e Otto Skorzeny il 12 settembre 1943, ebbe successo e Mussolini venne trasferito immediatamente a Monaco di Baviera.

A partire da fine luglio, in poco più di un mese avvengono cambiamenti radicali nell'assetto delle forze politiche e militari schierate sulla penisola italiana. Il governo e la monarchia abbandonano spregiudicatamente l'Italia non occupata e riabbracciano il sud occupato e controllato politicamente dalle forze angloamericane. Mussolini viene dapprima esautorato successivamente imprigionato e infine liberato dagli alleati storici tedeschi. Al nord le truppe italiane, abbandonate a loro stesse, non sanno come fronteggiare i tedeschi che sino a pochi giorni prima combattevano a loro fianco, senza considerare lo smarrimento della popolazione.

Ma se un'analisi superficiale evidenzia che le difficoltà sembrano essere solo nelle popolazione privata da ogni forma di autorità, in realtà appare evidente che tutte le parti coinvolte hanno bisogno di una via d'uscita dalla situazione di crisi formata dal vuoto di potere. Prima di tutto vi sono il monarca e Badoglio, i quali, una volta salvata la pelle, debbono aver immaginato che la resa dei conti sarebbe prima o poi arrivata. Uno stato antagonista a quello collaborazionista sarebbe riuscito a mitigare, in parte, il risentimento nella popolazione a seguito dell'abbandono (cosa che peraltro funzionò poiché i regnanti se la cavarono successivamente con una espulsione referendaria). Gli stessi angloamericani, dopo il successo della resa di Cassibile, debbono essersi chiesti come era possibile giustificare una forte recrudescenza nei confronti di una nazione non più ostile. Quindi arriviamo ai tedeschi, i quali sono i primi a non voler fare del nord Italia terra bruciata, ad eccezione di Rommel, e a mantenere saldi gli equilibri dell'Asse.

Infine, vi sono anche le istanze di coloro che non speravano nella nascita di una nuova nazione solo per un interesse di comodo, bensì la desideravano per risollevare le sorti di un popolo macchiato dal tradimento di governanti interessati esclusivamente al proprio tornaconto. Stiamo parlando di tutti quei giovani che spontaneamente si mobilitarono per salvare l'Onore dell'Italia, onore che in termini odierni chiameremmo credibilità dell'Italia nei rapporti internazionali. Ebbene questa gioventù di educazione fascista concepiva un sacrificio personale, votato al traghettamento dell'Italia alla ormai certa sconfitta, finalizzato alla pulizia della macchia di tradimento nei confronti degli alleati del Tripartito e alla salvaguardia della popolazione inerme dell'Italia non occupata.

Il 18 settembre, da una emittente di Radio Monaco, Benito Mussolini proclamò l'imminente nascita del nuovo stato di forma fascista. Ispirandosi al programma dei Fasci di Combattimento del '19 affermava che «Lo Stato che noi vogliamo instaurare sarà nazionale e sociale nel senso più alto della parola, sarà cioè fascista risalendo così alle nostre origini». Forse riferendosi proprio a quei giovani che volevano battersi in prima linea aggiungeva: «Lo Stato che uscirà da questo immane travaglio sarà il vostro; come tale lo difenderete contro chiunque sogni ritorni impossibili. La nostra volontà, il nostro coraggio, la nostra fede ridaranno all’Italia il suo volto, il suo avvenire, la sua possibilità di vita e il suo posto nel mondo. Più che una speranza, questa deve essere per voi tutti una suprema certezza». Alla Rocca delle Caminate, il 27 di settembre 1943, si insediava il governo dello Stato Nazionale Repubblicano d'Italia che, con la riunione del Consiglio dei Ministri del 24 novembre, prenderà il nome di Repubblica Sociale Italiana.

Tra l'8 e il 10 gennaio 1944 si tenne a Verona un processo che porterà sul banco degli imputati i cospiratori che, nella seduta del Gran Consiglio del Fascismo del 25 luglio 1943, approvarono l'OdG Grandi finalizzato ad esautorare il Duce. Tutti i diciannove imputati vennero ritenuti colpevoli e pertanto condannati a morte ad eccezione di Tullio Cianetti, condannato a trent'anni di reclusione, grazie alla ritrattazione in una sua missiva inviata personalmente a Mussolini immediatamente dopo la votazione. Le uniche sentenze capitali eseguite il giorno 11 gennaio furono quelle di Galeazzo Ciano, Emilio De Bono, Luciano Gottardi, Giovanni Marinelli e Carlo Pareschi.

Enrico Persiani

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